L’economia che verrà. Benessere e non Pil – di Mauro Gallegati

Serve una nuova Weltanschauung: un modo di vivere che, sostituendo il benessere al Pil, rimodelli le nostre vite. Un estratto del libro di Mauro Gallegati che uscirà prossimamente
Questo piccolo libro è un lavoro visionario. Che immagina di guardare oltre la “siepe, che da tanta parte dell’ultimo orizzonte il guardo esclude”. Che immagina quello che potrà essere, per offrire un orizzonte di scelte possibili che privilegino il benessere al consumo delle merci. Solo illudendoci di vivere in un mondo di risorse non-riproducibili infinite o in un contesto di decoupling assoluto possiamo sperare di allontanare la nostra morte economica (attraverso innovazioni risparmiatrici di energia e risorse), o di colonizzare altri pianeti. O di cambiare il nostro modo di vivere. E, per quanto difficile, quest’ultima rimane una strada meno improbabile che sfruttare economicamente Plutone o qualche luna di Giove.
Siamo quindi destinati ad uno stato stazionario, destinato a riprodursi quasi per partenogenesi identico a se medesimo nel tempo? Io credo di no, ma a volte la speranza prende il sopravvento sulla realtà, e così desideri e realtà spesso si confondono, come nei sogni mattutini. Anche dovessimo raggiungere, ed io credo l’abbiamo già fatto, il limite della sostenibilità, lo stato non sarà stazionario, ma caratterizzato da continue innovazioni che lo muteranno. Inoltre la produttività che ha stravolto le nostre esistenze, ci consentirà di lavorare poche ore al giorno, di godere di un reddito di cittadinanza che ci emanciperà dalle pensioni e dai sussidi di disoccupazione, a partecipare altresì alla vita delle imprese, superando la necessita di avere organizzazioni di categoria, a patto che la re-distribuzione del reddito assuma un ruolo centrale nella nuova economia.
Dobbiamo quindi abituarci non alla prospettiva di decrescere, ma, semmai ad a-crescere, a crescere qualitativamente e a vivere per gustarci la vita, non per consumare merci.
La sparizione della necessità di lavorare per via della produttività che ha sostituito il lavoro con le macchine deve essere vissuta come una liberazione dal lavoro, e non con l’incubo della disoccupazione. Si potrebbe però pensare ad un futuro prossimo dove essere disoccupati non è una tragedia perché il reddito da lavoro, che sostiene la domanda, è sostituito da una qualche forma di reddito di cittadinanza, la cui erogazione passa attraverso la fiscalità ed il cui godimento è vincolato alla fornitura di servizi socialmente utili. Una rivoluzione sociale che consenta la realizzazione di un antico progetto “lavorare poco, lavorare tutti” in un momento storico di passaggio caratterizzato da una progressiva carenza di domanda e di vincoli ecologici all’offerta.
La disoccupazione diventa il Nirvana dell’economia. Soddisfare i bisogni essenziali per tutta la popolazione del pianeta si può fin d’ora; è la soddisfazione dei bisogni indotti [1] che richiederà attenzione, se l’abbastanza oltrepassa i limiti della sostenibilità.
La questione ambientale è estremamente complessa e gli attuali equilibri politici ed economici non sono stabili. La questione globale della gestione risorse e di quale economia verrà [2] è al tempo stesso la più importante e la più complicata che il pensiero scientifico si troverà ad affrontare, viste anche le numerose discipline che sono coinvolte. Non esiste ancora alcuna idea condivisa fra gli economisti o fra gli scienziati in genere. È evidente che, a livello globale, la soluzione di mercato non è più valida.
A seguire il mercato, sembra attuale l’osservazione di More “le pecore mangiano gli uomini”. Un apparente paradosso dovuto al fatto che, in seguito allo sviluppo dell’industria laniera, i contadini sono cacciati dalle terre coltivabili, ora trasformate in pascoli. La ricerca del profitto è un incentivo da conservare, ma da vincolare alla sostenibilità dell’ambiente e dell’umanità. Per questo, come ho cercato di dimostrare, non possiamo far governare le nostre esistenze dal Pil, ma dal benessere.
Lo “steady state” che ho in mente è il flusso di materia ed energia che proviene dall’ambiente e che si metabolizza attraverso il sub-sistema economico della produzione e del consumo per poi ritornare all’ambiente come rifiuti. Nicholas Georgescu Roegen proponeva di tener conto dei vincoli che provengono dall’applicazione delle leggi della termodinamica all’economia: più materia ed energia vengono assorbite dall’economia, e maggiore e la creazione di entropia [3] dei suoi manufatti, meno materia ed energia rimangono per ricostruire le strutture e i servizi degli ecosistemi che sostengono l’economia. L’attività economica può solo trasformare le risorse, e nel trasformarle genera una dispersione di energia.
Se, da un lato, le innovazioni tecnologiche risparmiano forza lavoro, dall’altro, i problemi della sostenibilità ambientale rendono sempre più difficile raggiungere l’equilibrio di piena occupazione attraverso la sola espansione della domanda.
Esiste una crescente difficoltà nel capitalismo di oggi a portare la domanda effettiva al livello di pieno impiego. Ciò avviene per una serie di contraddizioni che, rendendo il nostro modello di sviluppo sempre meno sostenibile, spingono il sistema verso “una società del tempo libero”. È quindi necessaria una politica economica capace di favorire queste trasformazioni. Per tutti questi motivi, la soluzione di fondo consiste nell’instaurare una società del tempo libero, basata sullo sviluppo delle attività sociali e culturali [4].
Tale trasformazione potrebbe contemplare la riduzione dell’orario di lavoro, il sostegno del reddito per i disoccupati, lo sviluppo di forme cooperative e partecipative, la promozione della ricerca e della cultura, la trasformazione in senso sostenibile del sistema economico.
Purtroppo, la stragrande maggioranza degli economisti, e i politici gli fan eco, sostiene che per uscire dalla Lunga Recessione sembra esistere una sola possibilità: crescere, ovvero aumentare il Pil. Coniugato differentemente (secondo COM, 2010, deve essere “intelligente, sostenibile ed inclusiva”, certo meglio di “stupida, insostenibile ed esclusiva” non si fatica a crederlo), il mantra della crescita è continuamente recitato.
Secondo la visione liberista, il mercato del lavoro costituisce il primum movens, il nucleo da cui deriva il buon funzionamento (ovvero la crescita) del sistema economico. Come raccontano i manuali più à la page, dovrebbe essere flessibile, con libertà di entrare ed uscire, scevro da “lacci e lacciuoli”, così che l’offerta possa dispiegare pienamente la sua forza propulsiva [5].
In realtà, il modello standard parifica il lavoro ad un mezzo di produzione, ad una macchina, dimenticando che le macchine non consumano né domandano beni, e che l’economia è una scienza sociale, e che, come tale, non ha leggi di natura (come la gravità che resta valida in periodi di guerra o di pace). Quel che più preoccupa l’uomo comune è che da questo discende una politica economica che privilegia (vedi capitolo 3) l’1% della popolazione, e che prevede una sola ricetta di politica economica (one size fits all) buona per tutte le stagioni. Si può leggere, senza che gli scriventi mainstream dimostrino alcun imbarazzo, che la disoccupazione è volontaria e dipende dal fatto che chi non ha lavoro vuole stare senza impiego, preferendo il tempo libero. La flessibilità si traduce in Italia in precarietà dei rapporti di lavoro, con l’esclusione da prospettive occupazionali di giovani, donne e cinquantenni (troppo vecchi come neo-disoccupati per riconvertirsi e trovare un nuovo impiego, ma altresì troppo giovani per la pensione). I lavori precari (non flessibili si badi bene) si traducono in basse remunerazioni e contributi previdenziali inadeguati. A mio parere, tale precarizzazione produrrà almeno 3 conseguenze:
1. Ci saranno trattamenti pensionistici inadeguati (poveracci da giovani e morti di fame da vecchi) dovuti alle basse contribuzioni di oggi ed ai versamenti previdenziali saltuari;
2. Emolumenti non sufficienti implicano poi un consumo corrente più basso (ovvero un aumento del risparmio precauzionale) e quindi una minor domanda aggregata;
3. Le aspettative di reddito futuro da parte dei lavoratori (riduzione dei sussidi di disoccupazione e licenziamenti più facili in recessione, ad es.) amplificano gli effetti di una congiuntura negativa.
Se la flessibilità si traduce in job insecurity, ci saranno inoltre importanti conseguenze negative sui consumi e, via investimenti, sulla domanda aggregata: un meccanismo di retroazione auto-propulsivo (da bassi consumi a scarsi investimenti, a debole domanda aggregata, ad alta disoccupazione, e di nuovo a bassi consumi) che il mercato fallisce di risolvere.
Ciò che emerge è la necessita di una nuova Weltanschauung: un modo di vivere che, sostituendo il benessere al Pil, rimodelli le nostre vite, il modo in cui interagiamo con gli altri e con l’ambiente del quale siamo solo una componente.
Come abbiamo visto nel corso di queste pagine, la tecnologia ha cambiato il corso della storia, ponendo quasi ai margini dell’economia capitalista il lavoro. Il Pil è aumentato dopo la rivoluzione industriale esponenzialmente, spesso
1. Distruggendo l’ambiente;
2. Usando miopicamente le fonti energetiche non rinnovabili e le risorse non riproducibili;
3. Mettendo a rischio la vita di quanti lavorano in impianti non sicuri o vivono nelle loro vicinanze.
Le produzioni del futuro dovranno esser costruite attorno a questi elementi perché rischiare la vita per vivere torni ad essere una tragica contraddizione, mentre la crescita non potrà che essere qualitativa, magari indossando un po’ meno camicie di quanto facciamo oggi, ma avendo la possibilità di curarci con cellule staminali e nano-tecnologie. Cercheremo di innovare con l’attenzione alla riproducibilità delle risorse ed all’ambiente, che costituiscono altrimenti i limiti alla crescita quantitativa, pur non dovendo necessariamente collassare in uno stato stazionario.
Sosteneva Marx che il salto mortale del capitalismo consisteva nella vendita della merce, nella domanda che permetteva di realizzare il profitto. Il problema che abbiamo di fronte oggi è proprio questo: come conciliare i progressi mirabolanti della tecnologia che garantiscono un’offerta quasi infinita (limitata solo dalla non riproducibilità delle risorse) con la continua espulsione di lavoratori mano dalle produzioni esistenti (e la conseguente diminuzione della domanda aggregata). Domanda che verrà alimentata solo tramite la creazione di nuovi lavori (soggetti anch’essi ai vincoli di riproducibilità delle risorse) o da una politica redistributiva come sopra ho cercato di delineare immaginando una economia possibile.
Non guardiamoci indietro: è poco interessante, se non altro perché ci siamo già stati.

[1] La tecnologia affranca dai lavori più pesanti e permette di creare nuovi lavori. A mo’ di esempio si pensi all’agricoltura ed al lavoro di personal trainer. Un secolo fa, il lavoro agricolo era così pesante e richiedeva uno sforzo muscolare tale da rendere quantomeno superfluo l’esercizio fisico da palestra.
[2] La attuale crisi economica ed ambientale ha palesato che efficienza ecologica ed efficienza ambientale spingono il sistema globale in direzioni opposte: l’ecologia ci dice che un sistema chiuso non può crescere senza limiti, l’economia ci dice che invece questo è possibile, grazie al decoupling.
[3] Energia disordinata che si disperde.
[4] E già immagino la gioia e l’imbarazzo della scelta del fu-metalmeccanico che potrà scegliere tra 3 ore al tornio e 3 ore di tempo libero da dedicare alla lettura delle poesie dell’onorevole poeta: non riesco ad indovinare la scelta però.
[5] Alan Kirman ha recentemente ricordato un sintomatico episodio. Di fronte all’obiezione di un giornalista, secondo il modello dell’economia mainstream, il tasso di disoccupazione dovrebbe essere molto più elevato di quanto è nella realtà, la replica di un economista ortodosso è stata: certo, il mercato del lavoro non è abbastanza flessibile.

La riproduzione di questo articolo è autorizzata a condizione che sia citata la fonte: http://www.sbilanciamoci.info.

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